Il giorno 11 dicembre scorso si è svolto a Milano, organizzato dall’associazione “The Ruling Companies”, un interessante convegno dal tema “Il liberismo è di sinistra” che prendeva spunto dal libro con lo stesso titolo recentemente scritto da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
Il titolo è, forse volutamente, paradossale (per questo ho aggiunto un punto interrogativo). In sostanza gli autori vogliono dimostrare che i temi del liberismo, che normalmente si considerano appannaggio della destra, in realtà dovrebbero essere condivisi dalla sinistra.
Infatti la sinistra ha sempre affermato di essere dalla parte dei più svantaggiati, di privilegiare l’equità, di difendere i consumatori e la stabilità dei posti lavoro. Gli autori fanno una disamina dei principali temi “liberisti” che comunemente si attribuiscono alla destra: privilegiare le privatizzazioni piuttosto che il capitalismo di stato, la meritocrazia, il libero mercato, la liberalizzazione del mercato del lavoro, il contenimento della spesa pubblica; poi dimostrano con argomenti e con esempi pratici che proprio questi comportamenti andrebbero soprattutto a vantaggio di quelle classi che la sinistra dichiara di voler proteggere. Le riforme proposte, secondo i due autori, non solo aumentano l’efficienza ma anche l’eguaglianza.
Prendiamo l’esempio della scuola e della meritocrazia. Se le università sono piene di insegnanti mediocri spesso cooptati da un sistema di parentele e di favoritismi, e non scelti in base al merito e alla competenza, gli studenti meno abbienti se li debbono tenere, mentre i ricchi andranno all’estero nelle più prestigiose università.
Un altro tabù della sinistra è che se si riducono i vincoli al licenziamento, aumenta la disoccupazione. Gli autori dimostrano che non è vero: le imprese sono più disposte ad assumere se sanno di non entrare in una situazione contrattuale irreversibile. La prova? Il caso della Danimarca che ha eliminato praticamente ogni ostacolo ai licenziamenti, e che ha il tasso di disoccupazione più basso d’Europa, 3,5 %, inferiore perfino a quello degli Stati Uniti. Ovviamente il lavoratore licenziato ottiene un sussidio di quattro mesi, che viene sospeso quando trova un nuovo lavoro, oppure quando il lavoratore rifiuta un lavoro adeguato che gli viene offerto dall’Agenzia del lavoro. Senza dubbio questi sussidi sono costosi per il contribuente, ma meno costosi dei sussidi alle imprese decotte e senza futuro che vengono mantenute in vita artificiosamente, destinate prima o poi al fallimento.
Quindi secondo gli autori la sinistra dovrebbe favorire una riforma del mercato del lavoro verso il modello danese perché così facendo diminuirebbe la disoccupazione e la tanto lamentata precarietà: in questo senso gli autori sostengono che il liberismo è di sinistra.
Ricordano anche il caso di quel lavoratore che si era dato ammalato per partecipare a un torneo di calcio: era stato licenziato, ma il giudice gli diede ragione e obbligò l’azienda a riassumerlo; quindi un altro lavoratore, che sarebbe stato assunto al suo posto, è rimasto disoccupato: questa è equità?
Altro esempio. Fino a qualche tempo fa, un fine settimana a Londra o a Parigi era un privilegio dei ricchi. Con la liberalizzazione, oggi le compagnie low-cost portano a Londra con pochi euro: è più di sinistra chi vuole maggiore concorrenza tra le linee aeree o chi vuole proteggere l’Alitalia e i suoi dipendenti a spese del contribuente?
Gli autori proseguono con altri esempi, che qualsiasi persona dotata di senso comune non può che condividere. Ma, come ha osservato Ostellino nel corso del dibattito, l’Italia è il paese nel quale Pietro Ichino, che certamente non è di destra, e che da anni dice cose di senso comune nel campo del mercato del lavoro, è costretto a girare con la scorta per non rischiare di fare la fine di Marco Biagi, Massimo D’Antona e Ezio Tarantelli.
A questo punto ci si domanda: come mai queste politiche di senso comune, che dovrebbero essere condivise sia dalla destra sia dalla sinistra, è molto difficile che vengano adottate, sia che governi la destra sia che governi la sinistra? Forse la spiegazione è che gli italiani si sentono, prima che consumatori e contribuenti, di appartenere ciascuno a una corporazione. Così abbiamo i notai, i farmacisti, i sindacalisti e così via elencando, ciascuno aggrappato a quei privilegi che nel tempo è riuscito a strappare, e che rendono difficile cambiare lo status quo.
In teoria tutti siamo per la meritocrazia: se si chiede a qualcuno: il governo deve scegliere tra due candidati a un’importante carica, deve preferire quello più bravo o quello più raccomandato? Tutti risponderanno: quello più bravo. Ma se quello meno bravo fosse un tuo parente o amico o compagno di partito? Allora forse la risposta, se sincera, sarebbe diversa.
Quali speranze per il futuro? La destra, nei cinque anni in cui ha governato, è stata piuttosto timida nell’attuazione di riforme del tipo auspicato da Alesina e Giavazzi. Ma aveva portato l’età pensionabile a 60 anni. Il governo Prodi, per non rischiare lo sciopero generale minacciato dai sindacati, l’ha abbassata a 58 anni, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa. Veltroni ha approvato, malgrado avesse citato, in occasione della sua candidatura alla guida del nascente partito democratico, una frase di Vittorio Foa, padre storico della sinistra italiana: «La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi, la sinistra degli interessi di coloro che non sono ancora nati.»
Se Margaret Thatcher si fosse comportata come Prodi, sostengono gli autori, oggi l’Inghilterra sarebbe un paese in costante declino.