Conversione decimale – binario

Giugno 29, 2009 by zoris

Ci sono solamente 10 tipi di persone nel mondo:
chi comprende il sistema binario e chi no

Gli algoritmi riportati nei manuali per convertire un numero intero dal sistema decimale al sistema binario sono spesso complicati e poco pratici. Anche quelli reperibili in vari siti Internet non sono migliori.
E’ vero che ci sono i calcolatori tascabili (e anche la calcolatrice scientifica di Windows), ma non sempre sono a portata di mano.
Qui di seguito propongo due algoritmi molto semplici e pratici da usare.

Conversione binario – decimale
Il metodo si comprende meglio con un esempio. Si debba convertire in base 10 il numero binario 1011001.

Soluzione:
1   0   1   1    0   0    1
1   2   5  11  22  44  89

Spiegazione: si scrive il numero binario dato; sotto il primo 1 si scrive 1, e successivamente, procedendo da sinistra verso destra, si raddoppia il numero che si trova a sinistra, aggiungendo però 1 al risultato se ci si trova in corrispondenza di un 1 nella riga superiore. Per esempio ho scritto 2 dopo il primo 1 perché sopra c’è uno zero, ma dopo il 2 ho scritto 5 (cioè 2×2+1) perché sopra c’è un 1. L’ultimo numero a destra (in questo caso 89) è il numero decimale corrispondente al numero binario dato. Infatti
1011001 (b) = 89 (d)  come si può facilmente verificare.

Altro esempio:
1   0   1    1     1
1   2   5   11   23
quindi: 10111(b) = 23(d)

Conversione decimale – binario
Anche in questo caso conviene illustrare il metodo con un esempio. Sia da convertire in base 2 il numero decimale 89.

Soluzione:
89  44  22  11  5  2  1
1    0    0    1    1  0  1
89(d) = 1011001(b)

Spiegazione: si scrive il numero decimale dato e si procede verso destra dimezzando il numero che precede, omettendo la parte dopo la virgola. Quindi dopo 89 la metà sarebbe 44,5 ma scrivo solo 44, e così continuando fino a quando ottengo 1 come risultato. Successivamente nella riga sottostante scrivo uno zero in corrispondenza dei numeri pari, un 1 in corrispondenza dei numeri dispari.
Il numero binario cercato è quello che si ottiene scrivendo le cifre della seconda riga in senso inverso, cioè cominciando dall’ultima cifra.

Altro esempio:
23  11  5  2  1
1     1   1   0  1
quindi:  23(d) = 10111(b)

Il fine non è lieto

Settembre 5, 2008 by zoris

Personalmente non sono contrario all’uso, scrivendo in italiano, di vocaboli o locuzioni inglesi o di altre lingue, purché, ovviamente, non si ecceda e si rimanga entro i limiti del buon senso e del buon gusto. Del resto ci sono ormai termini e locuzioni che sono stati assimilati nell’italiano e che sarebbe illogico espungere. Per esempio se io dicessi «ieri ho visto una pellicola occidentale» nessuno mi capirebbe, mentre se dico «ho visto un film western» tutti sanno di che cosa stia parlando.
Ci sono però due condizioni che si dovrebbero tenere presenti:
- in italiano non deve essere in uso l’espressione equivalente
- l’espressione straniera deve essere usata correttamente.

Recentemente si è molto diffusa la locuzione inglese “happy end”, che mi sembra non soddisfi nessuna delle due condizioni: sia perché in italiano esiste la locuzione “lieto fine”, sia perché, se proprio si vuole usare l’inglese, si dovrebbe dire “happy ending”.
Altra parola inglese che ha trovato molta fortuna in Italia è “suspense” nell’accezione di “ansiosa attesa” (in genere di un risultato desiderato o temuto): e fin qui nulla di male. Ma spesso in TV la si sente pronunciare */sàspens/ oppure */suspàns/ (forse ritenendo che sia francese), quasi mai con la prouncia corretta /sɘ’spens/ (simboli IPA, accento tonico sull’ultima sillaba).

Avvocato o avvocata?

Giugno 24, 2008 by zoris

Fin da ragazzo ho avuto una passione per i dizionari (che stramberia, direte): il fatto che quel ponderoso volume registrasse tutte le parole della lingua mi affascinava, quel libro mi sembrava uno scrigno magico contenente tutte le meraviglie del mondo. Immaginate la delusione quando poi scoprivo che non era vero. Ricordo che alla scuola media ci fecero comprare un dizionario che nella prefazione affermava che nel volume erano state accuratamente espunte tutte le parole oscene e blasfeme: forse l’unico caso in cui un autore si vanti dell’incompletezza della propria opera. Mi viene in mente l’aneddoto attribuito a Samuel Johnson, autore di un dizionario della lingua inglese: quando alcune devote vecchie signore si congratularono con lui perché non vi aveva incluso le parole indecenti, rispose sarcasticamente che era felice di constatare che le avevano cercate.
Per me un dizionario deve soprattutto servire a chiarire eventuali dubbi circa l’uso corretto dei vocaboli e delle locuzioni. Non approvo quindi la tendenza che si riscontra in recenti opere lessicografiche che spesso si mostrano quasi timorose di segnalare le forme errate o comunque da evitare, in omaggio al principio, a mio parere discutibile, che error communis facit ius.
Accade spesso che, dopo aver consultato un dizionario per chiarirsi un dubbio, se ne sappia quanto prima.
Faccio un esempio. Ho consultato il Vocabolario della lingua italiana edito dall’Istituto della Enciclopedia Italiana (il cosiddetto Treccani) per sapere se una donna che eserciti la professione legale debba essere chiamata avvocato, avvocata oppure avvocatessa. Il dubbio nasce dal fatto che spesso viene usata la forma maschile anche per le donne. Il Vocabolario dice: «il femminile avvocatessa indica la donna che esercita l’avvocatura (nell’uso giuridico è indicata però col maschile).» Ma che cos’è l’uso giuridico? Il vocabolario non lo spiega. Se incontro per strada la professionista che mi sta difendendo in una causa, devo dire «Buon giorno avvocato, oppure avvocatessa»? Il vocabolario non mi aiuta. Secondo la spiegazione del vocabolario, se mia moglie esercita l’avvocatura, rispondendo al telefono devo dire «l’avvocato non c’è» se sta chiamando un giudice (uso giuridico), mentre devo dire «l’avvocatessa non c’è» se sta chiamando la sarta (uso non giuridico): una palese assurdità. Inoltre il vocabolario non spiega, nel caso si usi la forma maschile per la donna, come devo fare l’accordo grammaticale: devo cioè dire «l’avvocato è arrivato» oppure «l’avvocato è arrivata»?
Dato che piaccia o non piaccia la lingua italiana ha il genere femminile, a me sembrerebbe preferibile la forma avvocata, che però secondo il vocabolario Treccani è attributo della Madonna. E con ciò? Anche i vocaboli madre, santa, vergine vengono attribuiti alla Madonna, il che non impedisce di usarli anche in altri contesti.
La stranezza è che le dirette interessate sembrano preferire il maschile, con buona pace delle battaglie femministe. Non capisco perché l’avvocata, la direttrice, la ministra debbano, almeno grammaticalmente, cambiare sesso e diventare avvocato, direttore, ministro, mentre lo stesso non avviene per la bidella, la cameriera, la maestra, ecc.
A proposito di ministro, tempo fa sul Corriere ho letto la frase «…è di tale evidenza che la stessa ministro Prestigiacomo…», che mi sembra faccia a pugni non solo con la grammatica ma anche con la logica e il buon senso. Nessuno infatti direbbe «la sentinella si è addormentato» anche se la sentinella si chiamasse Mario Rossi.
Continuando di questo passo non è improbabile che leggeremo frasi del tipo: ieri il direttore ha dato alla luce un bel bambino, il redattore capo è convolato a nozze con il ministro dell’innovazione.

Un’occasione sprecata

Maggio 14, 2008 by zoris

Oggi è il 14 maggio 2008, 60° anniversario della proclamazione dello stato d’Israele.
Stanotte ho fatto un sogno e, come dice Renato Fucini in un suo sonetto, “mi pareva, da tanto ch’era bello, di sognare”. Ecco il sogno: «Era il 14 maggio 1958, e in Palestina si festeggiava il decimo anniversario della proclamazione dei due stati: quello ebraico e quello arabo. Tutti i giornali ricordavano come subito dopo la proclamazione dello stato israeliano, anche i palestinesi, malgrado l’opposizione di alcuni stati arabi, avevano accettato la risoluzione dell’ONU e avevano proclamato il loro stato. Ora quella che dieci anni prima era una zona quasi desertica, con un’economia tra le più arretrate, era diventata un giardino fiorito con un’economia in forte espansione e un tasso di accrescimento del PIL tra i più elevati. L’intelligenza e l’operosità degli israeliani unitamente all’intelligenza e all’operosità degli arabi palestinesi, avevano creato il miracolo di una collaborazione nell’area a prima vista impensabile. I due stati, dopo un primo periodo di diffidenza, avevano iniziato un cammino comune, con intensi interscambi, e il fiorente sviluppo economico dell’area con il conseguente aumento del benessere dei cittadini aveva messo in minoranza i fondamentalisti dell’uno e dell’altro campo che pure avevano cercato di minare le basi di quella che era ormai una pacifica e consolidata convivenza.»
Poi mi sono svegliato. Spesso si rimprovera allo stato di Israele di non obbedire alle risoluzioni dell’ONU, ma si dimentica (o si fa finta di dimenticare) che è stata proprio la mancata accettazione da parte dei palestinesi e degli stati arabi della spartizione della Palestina stabilita dall’ONU l’occasione sprecata che ha forse impedito che si verificasse quanto da me sognato. Molti giovani che manifestano contro Israele e a volte ne bruciano la bandiera forse ignorano che all’indomani della proclamazione dello stato ebraico, gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania lo attaccarono con il proposito di eliminarlo, ma furono sconfitti.
E’ vero che la storia non si fa con i se, tuttavia è lecito rammaricarsi per ciò che sarebbe potuto accadere e non è invece accaduto: se si potesse tornare indietro, c’è qualche palestinese che non pensi sarebbe stato meglio accettare la creazione dei due stati?
Chi rimprovera Israele per gli errori commessi dovrebbe farsi la domanda: li avrebbe commessi se gli stati arabi avessero accettato la risoluzione dell’ONU? Le successive guerre scaturite da questa situazione hanno purtroppo reso molto difficile la soluzione del problema, anche perché ora che tanto sangue è stato versato, è facile per i fondamentalisti religiosi che purtroppo esistono in entrambi gli schieramenti assumere un atteggiamento intransigente che vanifica ogni tentativo di pacificazione. I fondamentalisti israeliani si rifanno alla Bibbia e sostengono che dio ha destinato la Palestina agli ebrei, quelli arabi si rifanno al Corano e vogliono addirittura la sparizione dello stato ebraico.
Il giornalista inglese Christopher Hitchens scrive nel suo libro “Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa”: «Una volta a New York sentii un discorso di Abba Eban, ex-ministro degli esteri israeliano. La prima cosa che saltava agli occhi nel conflitto israelo-palestinese, disse, era la facilità della sua soluzione. Due popoli all’incirca della stessa consistenza rivendicavano la medesima terra. La soluzione era, ovviamente, di creare due stati, uno a fianco dell’altro. Era così difficile da capire una cosa tanto evidente? Sarebbe stato certamente così, decenni fa, se fossero stati tenuti fuori dalla faccenda rabbini messianici, mullah e preti. Ma la pretesa esclusiva a un’autorià conferita da dio, avanzata dal clero fanatico di entrambe le parti in causa ulteriormente alimentata da cristiani, ha reso intollerabile la situazione.»
Ciò dimostra come sia errato affrontare i problemi che la complessità del mondo moderno ci presenta, sulla base di libri scritti decine di secoli fa, per situazioni completamente diverse, che si prestano a interpretazioni spesso contraddittorie, e che ciascuno considera la parola del proprio dio.

Alfabeto: quante lettere?

Aprile 6, 2008 by zoris

Nelle grammatiche e nei dizionari della lingua italiana ho rilevato una certa confusione per quanto riguarda il numero di lettere dell’alfabeto. C’è chi dice (correttamente) che le lettere dell’alfabeto sono 26, chi dice che sono 21, chi addirittura, alquanto bizzarramente, 25 (come fa il Vocabolario Treccani che non distingue tra i e j). A mio parere è anacronistico sostenere che le lettere j, k, w, x, y siano lettere “straniere”: esse ormai fanno parte di fatto e di diritto anche dell’alfabeto italiano. Senza di esse non potremmo scrivere junior, joule, km, watt, extra, ex-ministro, cognomi italiani come Ojetti, Bixio, il simbolo del potassio K,  e numerosi altri termini, per non parlare delle targhe automobilistiche.

Prendiamo per esempio il “GRANDE DIZIONARIO ITALIANO DELL’USO”, di Tullio De Mauro. Alla voce Z, si dice: «ventiseiesima lettera dell’alfabeto». Bene, si direbbe. Ma subito dopo, quasi pentendosi di aver affermato una cosa giusta, aggiunge: «ventunesima di quello scolastico». Ma come, ci sono due alfabeti? Quello scolastico sarebbe diverso? De Mauro non lo spiega. Ma ve lo immaginate: se un insegnante dovesse domandare a un alunno di elencare le lettere dell’alfabeto, l’alunno dovrebbe prima domandare: «quale, quello scolastico o quello di 26 lettere?» E’ vero che purtroppo nelle nostre scuole elementari viene insegnato un alfabeto di 21 lettere, con grave danno degli studenti, perché poi essi, da adulti, quando devono consultare un elenco alfabetico fanno fatica a collocare esattamente le famose 5 lettere. D’altra parte come fanno gli insegnanti a dare agli studenti una corretta informazione, se perfino l’ex-ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro, docente di Linguistica generale all’Università La Sapienza, ha le idee confuse sull’argomento?

Ormai la maggior parte delle persone pronunciano il nome alfabetico della lettera j in inglese (/dʒeɪ/ con i simboli IPA), il che prova che a scuola non gli hanno insegnato il nome italiano (i lungo).

Per curiosità ho voluto estendere la ricerca consultando alcuni dei dizionari più diffusi. Il Devoto Oli dice: «z ventunesima e ultima lettera dell’alfabeto italiano». Il Battaglia (Grande Dizionario della Lingua Italiana in 21 volumi): « Z, lettera che nell’alfabeto italiano occupa il ventunesimo e ultimo posto e il ventiseiesimo nell’alfabeto che comprende anche la J, la K, la W, la X e la Y.».

Il Vocabolario della lingua italiana dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana (Treccani): «z, venticinquesima e ultima lettera dell’alfabeto latino (sic)» (cosicché se consulto il vocabolario Treccani per sapere di quante lettere è l’alfabeto italiano, mi viene risposto che quello latino ne ha venticinque!). Il recente Sabatini Coletti 2008 per non compromettersi sceglie di non pronunciarsi: «z, ultima lettera dell’alfabeto latino e delle lingue che lo adottano», così chi ha speso i soldi per comprarlo e lo consulta ne sa quanto prima. Il Dizionario Zingarelli è uno dei pochi che già da diverse edizioni ha adottato l’unica definizione corretta: «z, ventiseiesima lettera dell’alfabeto italiano», senza se e senza ma.

Qualcuno mi potrebbe accusare di eccessiva pedanteria: in fondo la cosa non sarebbe tanto importante. Ma non è così, in qualche caso potrebbero esserci conseguenze pratiche dannose. Faccio un esempio. E’ noto che nelle prove di ammissione a molte facoltà universitarie vengono spesso proposti quesiti in cui si elencano alcuni numeri o alcune lettere, e si chiede al candidato di indicare il numero o la lettera che logicamente continua la sequenza. Supponiamo venga proposta la sequenza di lettere:

B, D, F, H, …

e si richieda di indicare la lettera che logicamente in questa sequenza, viene dopo la H.

Siccome è facile vedere che le lettere in questo caso si susseguono in modo alterno (una lettera sì e una no), il candidato dovrebbe indicare la lettera che nell’alfabeto segue la I; e qui viene il bello: tale lettera può essere J, K, L a seconda che ci si riferisca a un alfabeto di 26, 25 o 21 lettere. Quindi il candidato per dare la risposta ritenuta corretta dovrebbe sapere a quale dizionario abbia fatto riferimento il compilatore del quesito. Siccome in questo caso l’unica risposta esatta è J, il candidato che la scegliesse rischierebbe di essere bocciato da Devoto, Oli e dagli altri lessicografi fissati con le 21 lettere.

 

P.S. Chi volesse commentare che l’uso del pronome gli al posto di loro nella terza persona plurale sarebbe errato, si risparmi la fatica perché non è vero.

Editori, risparmiateci il torcicollo

Marzo 7, 2008 by zoris

Non ho mai capito perché le case editrici non abbiano adottato un criterio uniforme per indicare il titolo dei libri sul dorso. In alcuni casi il titolo è scritto dall’alto verso il basso, in altri casi dal basso verso l’alto, e questo avviene a voltre anche nell’ambito della medesima casa editrice.

Ma che importanza ha? direte voi. Il fatto è che quando si guarda uno scaffale pieno di libri disposti in verticale, per leggere i titoli si deve continuamente piegare il capo ora a destra ora a sinistra.

Ancora peggio quando si ha una pila di libri disposti uno sopra l’altro: siccome ovviamente si dispongono con la copertina rivolta verso l’alto, alcuni titoli risulteranno comodamente leggibili (quelli scritti dall’alto verso il basso), gli altri risulteranno capovolti.

Da quest’ultima considerazione risulta quindi che l’unico sistema razionale di scrivere il titolo nel dorso è quello dall’alto verso il basso, e poiché non vedo quale difficoltà ci sia per adottarlo universalmente, auspico che gli editori si mettano d’accordo una volta per tutte a beneficio dei lettori.

Naturalmente un caso a parte è quello dei libri di grosso spessore (come dizionari, enciclopedie, ecc.), nei quali di solito il titolo viene scritto sul dorso in orizzontale.

Lo scisma d’Inghilterra

Febbraio 3, 2008 by zoris

 

Enrico VIIIUn lettore del Corriere della Sera, riferendosi alla contesa tra Enrico VIII e il papa Clemente VII, scrive che «per un capriccio di Enrico VIII, vi è stato uno scisma che ancora non si ricuce.»

In realtà il re avrebbe potuto benissimo tenersi Anna Bolena come amante,  comportamento consueto secondo i costumi del suo tempo. Ma Enrico voleva un erede maschio legittimo per assicurare all’Inghilterra una successione indiscussa, evitando, dopo la sua morte, una guerra civile. Inoltre, come sostiene lo storico inglese Trevelyan nella sua «History of England», il rifiuto opposto dal papa a sciogliere Enrico dal vincolo matrimoniale non era dovuto a scrupoli morali (sacralità del matrimonio, indissolubilità dello stesso): poco prima il papa aveva concesso lo scioglimento del vincolo alla sorella di Enrico, Margherita, regina di Scozia, con un pretesto assai meno giustificabile; e i suoi predecessori avevano sciolto il matrimonio di sovrani come Luigi XII di Francia, per nessun altro motivo che la ragion di Stato.»    Scrive ancora Trevelyan: «A Enrico sembrò intollerabile che gli interessi dell’Inghilterra dovessero dipendere, tramite il papa, dalla volontà dell’imperatore (Carlo V), e finì per rendersi conto di ciò che molti Inglesi avevano già chiaro da tempo: che l’Inghilterra, se voleva essere veramente una nazione, doveva ripudiare una giurisdizione spirituale formulata dai suoi nemici. Lo spirito nazionalistico inglese ormai adulto, si chiedeva perché dovessimo andare a cercare all’estero le nostre leggi, matrimoniali o religiose che fossero.»   

Come si vede, tutt’altro che un capriccio: personalmente la figura di Enrico VIII non mi è per niente simpatica, tuttavia debbo riconoscere che in questo caso egli fece l’interesse del suo paese, sottraendolo all’ingerenza della Chiesa. 

Diffidate dell’asterisco

Febbraio 1, 2008 by zoris

Nella pubblicità è da tempo invalso l’uso di mirabolanti annunci di prodotti o servizi a prezzi molto convenienti, in fondo ai quali però compare un piccolo asterisco, che rimanda a una noticina, spesso quasi nascosta e comunque difficile da trovare, scritta in caratteri piccoli o piccolissimi, su uno sfondo colorato che ne rende disagevole la lettura, spesso di traverso e inserita nelle posizioni più strane e difficili da trovare; detta noticina quasi sempre si può tradurre nella frase: «quanto scritto prima dell’asterisco non è vero».

            La società telefonica XX annuncia un’eccezionale riduzione del costo della telefonata? Ecco che l’asterisco rimanda a una nota che dice per es.: «Esclusa IVA, escluso l’addebito alla risposta, escluse le telefonate nelle ore a tariffa intera, esclusi i collegamenti Internet e così via escludendo». In altri termini: “non è vero che il costo è quello indicato”.

            La compagnia aerea YY annuncia convenienti tariffe per i voli Milano – Londra e ritorno? Il terribile asterisco rimanda, se la trovate, a una nota che recita: «Solo nei week-end, purché il soggiorno sia di almeno tre giorni, esclusi i periodi di alto traffico, solo per i primi 10 che prenotano, solo se il biglietto viene acquistato almeno 14 giorni prima della partenza, solo se c’è disponibilità di posti ecc. ecc.» con tutta una serie di condizioni che escludono di fatto la possibilità di usufruire della tariffa indicata.

            Si può obiettare: cosa c’è di male se certe promozioni vengono sottoposte a condizioni? Risposta: correttezza vorrebbe che le condizioni limitative venissero esposte insieme con il testo principale, con gli stessi caratteri e con l’importo finale già calcolato (cioè IVA ed eventuali altre tasse comprese).

            In conclusione un consiglio: se un annuncio ha l’asterisco, diffidate.

Il liberismo è di sinistra?

Dicembre 16, 2007 by zoris

Il giorno 11 dicembre scorso si è svolto a Milano, organizzato dall’associazione “The Ruling Companies”, un interessante convegno dal tema “Il liberismo è di sinistra” che prendeva spunto dal libro con lo stesso titolo recentemente scritto da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.

Il titolo è, forse volutamente, paradossale (per questo ho aggiunto un punto interrogativo). In sostanza gli autori vogliono dimostrare che i temi del liberismo, che normalmente si considerano appannaggio della destra, in realtà dovrebbero essere condivisi dalla sinistra.

Infatti la sinistra ha sempre affermato di essere dalla parte dei più svantaggiati, di privilegiare l’equità, di difendere i consumatori e la stabilità dei posti lavoro. Gli autori fanno una disamina dei principali temi “liberisti” che comunemente si attribuiscono alla destra: privilegiare le privatizzazioni piuttosto che il capitalismo di stato, la meritocrazia, il libero mercato, la liberalizzazione del mercato del lavoro, il contenimento della spesa pubblica; poi dimostrano con argomenti e con esempi pratici che proprio questi comportamenti andrebbero soprattutto a vantaggio di quelle classi che la sinistra dichiara di voler proteggere. Le riforme proposte, secondo i due autori, non solo aumentano l’efficienza ma anche l’eguaglianza.

Prendiamo l’esempio della scuola e della meritocrazia. Se le università sono piene di insegnanti mediocri spesso cooptati da un sistema di parentele e di favoritismi, e non scelti in base al merito e alla competenza, gli studenti meno abbienti se li debbono tenere, mentre i ricchi andranno all’estero nelle più prestigiose università.

Un altro tabù della sinistra è che se si riducono i vincoli al licenziamento, aumenta la disoccupazione. Gli autori dimostrano che non è vero: le imprese sono più disposte ad assumere se sanno di non entrare in una situazione contrattuale irreversibile. La prova? Il caso della Danimarca che ha eliminato praticamente ogni ostacolo ai licenziamenti, e che ha il tasso di disoccupazione più basso d’Europa, 3,5 %, inferiore perfino a quello degli Stati Uniti. Ovviamente il lavoratore licenziato ottiene un sussidio di quattro mesi, che viene sospeso quando trova un nuovo lavoro, oppure quando il lavoratore rifiuta un lavoro adeguato che gli viene offerto dall’Agenzia del lavoro. Senza dubbio questi sussidi sono costosi per il contribuente, ma meno costosi dei sussidi alle imprese decotte e senza futuro che vengono mantenute in vita artificiosamente, destinate prima o poi al fallimento.

Quindi secondo gli autori la sinistra dovrebbe favorire una riforma del mercato del lavoro verso il modello danese perché così facendo diminuirebbe la disoccupazione e la tanto lamentata precarietà: in questo senso gli autori sostengono che il liberismo è di sinistra.

Ricordano anche il caso di quel lavoratore che si era dato ammalato per partecipare a un torneo di calcio: era stato licenziato, ma il giudice gli diede ragione e obbligò l’azienda a riassumerlo; quindi un altro lavoratore, che sarebbe stato assunto al suo posto, è rimasto disoccupato: questa è equità?

Altro esempio. Fino a qualche tempo fa, un fine settimana a Londra o a Parigi era un privilegio dei ricchi. Con la liberalizzazione, oggi le compagnie low-cost portano a Londra con pochi euro: è più di sinistra chi vuole maggiore concorrenza tra le linee aeree o chi vuole proteggere l’Alitalia e i suoi dipendenti a spese del contribuente?

Gli autori proseguono con altri esempi, che qualsiasi persona dotata di senso comune non può che condividere. Ma, come ha osservato Ostellino nel corso del dibattito, l’Italia è il paese nel quale Pietro Ichino, che certamente non è di destra, e che da anni dice cose di senso comune nel campo del mercato del lavoro, è costretto a girare con la scorta per non rischiare di fare la fine di Marco Biagi, Massimo D’Antona e Ezio Tarantelli.

A questo punto ci si domanda: come mai queste politiche di senso comune, che dovrebbero essere condivise sia dalla destra sia dalla sinistra, è molto difficile che vengano adottate, sia che governi la destra sia che governi la sinistra? Forse la spiegazione è che gli italiani si sentono, prima che consumatori e contribuenti, di appartenere ciascuno a una corporazione. Così abbiamo i notai, i farmacisti, i sindacalisti e così via elencando, ciascuno aggrappato a quei privilegi che nel tempo è riuscito a strappare, e che rendono difficile cambiare lo status quo.

In teoria tutti siamo per la meritocrazia: se si chiede a qualcuno: il governo deve scegliere tra due candidati a un’importante carica, deve preferire quello più bravo o quello più raccomandato? Tutti risponderanno: quello più bravo. Ma se quello meno bravo fosse un tuo parente o amico o compagno di partito? Allora forse la risposta, se sincera, sarebbe diversa.

Quali speranze per il futuro? La destra, nei cinque anni in cui ha governato, è stata piuttosto timida nell’attuazione di riforme del tipo auspicato da Alesina e Giavazzi. Ma aveva portato l’età pensionabile a 60 anni. Il governo Prodi, per non rischiare lo sciopero generale minacciato dai sindacati, l’ha abbassata a 58 anni, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa. Veltroni ha approvato, malgrado avesse citato, in occasione della sua candidatura alla guida del nascente partito democratico, una frase di Vittorio Foa, padre storico della sinistra italiana: «La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi, la sinistra degli interessi di coloro che non sono ancora nati.»

Se Margaret Thatcher si fosse comportata come Prodi, sostengono gli autori, oggi l’Inghilterra sarebbe un paese in costante declino.

        

Matematica creativa

Dicembre 4, 2007 by zoris

Il Corriere della Sera spesso denuncia la critica situazione della cultura scientifica in Italia. Recentemente ha citato il rapporto Ocse-Pisa 2006 secondo cui gli studenti italiani sono al 36° posto per la scienza e al 38° per la matematica. La notizia è certo spiacevole, e inoltre mi sembra che lo stesso Corriere non faccia molto per migliorare la situazione.

Per esempio ricordo che tempo fa pubblicò un articolo dal titolo “Strage e partita di calcio in contemporanea TV”. In tale articolo si diceva tra l’altro:

«Ieri sera, la notizia dell’attentato di Gerusalemme è coincisa con la trasmissione di un incontro di calcio del locale campionato. Per non scontentare nessuno, i dirigenti dell’emittente hanno diviso lo schermo: tre quarti sono stati dedicati alla copertura dell’attacco terrotistico, un terzo alla trasmissione della partita.»

Ma tre quarti più un terzo fanno tredici dodicesimi (dovrebbe saperlo anche uno studente di scuola media), che è un numero maggiore di uno, quindi è impossibile che quanto raccontato sia avvenuto. Se potessi dividere una torta dandone tre quarti a uno e un terzo a un altro, avrei creato dal nulla un dodicesimo di torta e, applicando il metodo su larga scala, avrei risolto il problema della fame nel mondo.